Donald Trump rilancia la questione mediorientale, dichiarando che Israele e Iran potrebbero presto raggiungere un accordo di pace. Ma le sue parole si muovono tra propositi di dialogo e minacce militari. In un’intervista all’emittente ABC, il presidente americano ha avvertito: «Se l’Iran ci attaccherà in qualunque forma, le forze armate statunitensi reagiranno con una potenza mai vista prima».
Trump chiama in causa Putin come possibile mediatore
Trump ha anche rivelato di aver avuto una lunga conversazione telefonica con Vladimir Putin sabato 14 giugno. I due leader avrebbero discusso del crescente confronto tra Tel Aviv e Teheran, accennando soltanto marginalmente alla guerra in Ucraina. Secondo il presidente americano, Putin sarebbe disposto a svolgere un ruolo di interposizione: «È pronto a interporsi», ha dichiarato.
Una posizione che però suscita scetticismo nella comunità internazionale. Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito «inconcepibile» l’ipotesi di una mediazione russa, sottolineando che «Mosca non può assumere il ruolo di pacificatore mentre continua ad aggredire l’Ucraina».
Netanyahu prepara nuovi attacchi contro Teheran
Sul fronte opposto, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che la campagna militare contro l’Iran si intensificherà. Secondo fonti americane, i raid aerei israeliani contro infrastrutture nucleari iraniane – tra cui laboratori e impianti di ricerca – continueranno per almeno due settimane.
Il rischio, secondo molti analisti, è quello di una escalation verso un conflitto su larga scala. Eppure Trump resta ottimista: «Presto ci sarà la pace tra Israele e Iran», ha scritto anche sul suo social Truth. A inizio settimana era ancora previsto un incontro tra le delegazioni di Washington e Teheran in Oman, che però potrebbe essere stato annullato dopo i bombardamenti.
Il ruolo degli Stati Uniti e le tensioni interne
Fonti della Casa Bianca riferiscono che Trump è stato informato in anticipo degli attacchi israeliani, ma non li avrebbe né autorizzati né fermati. Una posizione definita di «semaforo giallo»: tolleranza senza coinvolgimento diretto. È stato invece smentito un presunto veto di Trump su un piano per colpire la Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei: «Fake news», ha risposto secco Netanyahu.
Intanto, cresce la pressione diplomatica. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha telefonato a Trump per chiedere il supporto degli Stati Uniti nel tentativo di evitare una crisi regionale devastante. Ma anche Erdogan, con i suoi rapporti tesi sia con Netanyahu che con Khamenei, non sembra il profilo più adatto per una mediazione efficace.
Un equilibrio instabile nel cuore del Medio Oriente
Trump continua a proporre scenari di pacificazione mentre i fatti sul campo raccontano tutt’altra storia: nuove vittime civili, bombardamenti e tensioni crescenti. E la scelta di coinvolgere Putin come interlocutore rischia di sollevare più perplessità che consensi, in un quadro dove la diplomazia appare sempre più marginalizzata rispetto alla forza militare.








































